LA GUERRA PERDUTA CONTRO LE TASSE

Angelo Panebianco scrive :
"LA GUERRA PERDUTA CONTRO LE TASSE".
Archiviata la promessa con cui Berlusconi vinse le elezioni del 2001, una generalizzata riduzione delle tasse, chiave di volta dell'annunciata rivoluzione liberale, siamo tornati, con l'attuale Finanziaria, alle "manette agli evasori" e a un ulteriore accrescimento della pressione fiscale affidato all'azione impositiva degli enti locali. Del resto, Berlusconi non era mai riuscito a spiegare, né in campagna elettorale né dopo, come, con quali risorse, avrebbe realizzato la promessa riduzione della pressione fiscale. Lo scetticismo era lecito e si è rivelato fondato. Osservo, tuttavia, che anche se il progetto di rivoluzione fiscale di Berlusconi fosse stato credibile (e non lo era), quasi certamente la "rivoluzione" sarebbe stata ugualmente sconfitta. Essendo l 'ancien régime , ossia il partito delle tasse (alte), fortissimo in Italia. A parole, tutti vorrebbero tasse più leggere. Di fatto, il partito delle tasse copre un blocco sociale potentissimo e trasversale, dominante a destra e a sinistra. Il che spiega perché, se c'è in giro tanta gente delusa dal fatto che Berlusconi non ha mantenuto la promessa, ce n'è tanta altra che ne è felicissima. Immaginiamo che cosa accadrebbe se andasse al potere un leader simile a Margaret Thatcher (abbiamo già constatato che Berlusconi non lo è). Un leader così abbasserebbe drasticamente le tasse (sulle famiglie e sulle imprese) riducendo la spesa pubblica. L'effetto sarebbe una completa trasformazione del Paese. Il rapporto fra Stato e cittadini cambierebbe notevolmente. Affluirebbero copiosi gli investimenti esteri, si innescherebbe un circolo virtuoso di crescita degli investimenti e dei consumi, non ci sarebbero più imprese protette e la concorrenza porterebbe ovunque i suoi benefici. Non essendoci più molta lana da tosare, la pubblica amministrazione sarebbe costretta a razionalizzare la spesa, eliminando sprechi e privilegi. Le risorse "pubbliche" diventerebbero più scarse e la scarsità le renderebbe preziose, obbligando tutti a trattarle con più cura. Più concorrenza, più crescita, più libertà personale e (forse) persino più efficienza nell'uso delle risorse pubbliche sarebbero i probabili frutti di una simile rivoluzione fiscale. Ma il partito delle tasse non vuole questo. Esso è un complesso blocco sociale che comprende imprese assistite, sindacati, e gran parte dell'impiego pubblico nelle sue variegate componenti. Come tutti i partiti forti, il partito delle tasse non è solo un'aggregazione di interessi. E' anche una cultura o, quantomeno, una ideologia. Per la quale tasse alte e spesa pubblica gonfiata sono le vie maestre della giustizia sociale e dell'equità. E poiché le ideologie sono indifferenti alla realtà, poco importa che, nei fatti, tasse alte e spesa gonfiata possano legittimare e coprire grandi sprechi e le tante iniquità che gli sprechi comportano. E' una regola che ammette poche smentite il fatto che le maggioranze disorganizzate sono impotenti, impossibilitate a prevalere, sulle minoranze organizzate. Il grosso dei contribuenti è appunto una maggioranza disorganizzata. Vorrebbe un fisco più leggero ma non può avere la meglio sull'insieme di minoranze organizzate, forti di risorse e di influenza, che compongono il partito delle tasse. Berlusconi ha fatto promesse che non poteva o non sapeva mantenere. Resta il fatto che la strada per rilanciare lo sviluppo è quella: sconfiggere il partito delle tasse, ridurre la spesa pubblica, ridurre, e di molto, la pressione fiscale. Prima o poi, forse con nuovi protagonisti (diversi da tutti quelli che oggi circolano), la questione dovrà essere in qualche modo riaperta.


E' aperto il dibattito.
Cordialmente.
Alberto da Pra


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